Abbraccio
Due figure che si stringono in un gesto essenziale: l’abbraccio come luogo di salvezza reciproca.
Una prima selezione di sculture: immagini provvisorie, in attesa di un archivio completo.
Le fotografie qui raccolte non sono ancora un catalogo sistematico, ma una prima finestra sul lavoro di Giorgio Piccini: abbracci, crocifissioni, maternità, corpi che danzano, mani che si cercano, figure che portano il peso e la dignità dell’umano.
Le immagini hanno qualità diversa: saranno progressivamente sostituite e integrate, ma già oggi permettono di cogliere la forza del legno, delle linee e dei gesti.
Due figure che si stringono in un gesto essenziale: l’abbraccio come luogo di salvezza reciproca.
Un unico corpo di figure intrecciate: fragilità, relazione e sostegno reciproco scolpiti nel legno.
Un particolare che mette a fuoco lo sguardo e la tenerezza delle figure, oltre la massa del gruppo.
Il corpo si fa linea ascendente: una danza trattenuta, quasi sospesa.
Il movimento è colto in una torsione improvvisa, tra forza e leggerezza.
Il dettaglio delle gambe rivela la cura del gesto e delle proporzioni.
Un piccolo coro di corpi in movimento, un ritmo circolare intagliato nel legno.
Una variazione sul tema del corpo che si apre e si chiude come un respiro.
Una figura essenziale, quasi una linea incisa, dove il dolore diventa forma.
Il corpo aperto al mondo, in un equilibrio tra abbandono e resistenza.
Una versione più compatta, dove il legno conserva nodi e ferite come parte dell’opera.
Il volto porta insieme dolcezza e sofferenza, con una forte intensità dello sguardo.
Una composizione che evoca una parola condivisa, al centro tra le figure in ascolto.
Un busto essenziale, dove il volume del petto e delle spalle suggerisce una presenza forte e discreta.
Una figura raccolta, quasi in ascolto di sé, che concentra il movimento verso l’interno.
La giovane figura e l’animale formano un unico gesto, tra delicatezza e vigilanza.
Un omaggio al poeta Carlo Betocchi e a una stagione culturale: il volto come memoria viva.
Madre e figlio in un abbraccio raccolto, quasi una conchiglia di legno.
La maternità si apre, le linee si allungano e lo spazio tra i corpi respira di più.
Un dettaglio di mani e volti, dove il legno sembra diventare pelle.
Le figure si stringono attorno a un centro invisibile, come a custodire un inizio.
Una figura che porta il segno del dominio e della sproporzione, messa a nudo nel legno.
Un corpo ai margini, che porta su di sé il peso della separazione e del rifiuto.
Una figura che si tende verso l’alto, come se il grido diventasse colonna.
La potenza dell’animale colta in un attimo di quiete vigile.
Un frammento di vita contadina e spirituale, tra cura della terra e cura delle anime.
Figure in equilibrio precario, tra gioco, rischio e vulnerabilità esposta.
Un Francesco che si lascia abbracciare dal creato più che dominarlo, in dialogo con la tradizione fiorentina del dopoguerra.
La figura del santo assume tratti di veglia e di attesa, come un testimone silenzioso.
Il legno che torna a parlare di vite e radici, in un intreccio simbolico di appartenenza.
Cristo.
Cristo.
Estasi.
Estasi.
Estasi.