Piano di pace Russia–Ucraina

Versione estesa – “Il cuore pulsante del Piano della Memoria Comune”

Il cuore pulsante del Piano della Memoria Comune

Dove la forza sceglie la pace

Il Piano della Memoria Comune nasce da una constatazione semplice e ineludibile: in una guerra come quella tra Russia e Ucraina non esiste una vittoria che non sia, allo stesso tempo, una sconfitta per tutti. Ogni casa distrutta, ogni figlio perduto, ogni madre spezzata dal dolore, erode la fiducia nell'altro e lascia una ferita che nessun trattato può davvero cancellare. Solo riconoscere questo dolore può dare un senso alla sofferenza e resuscitare quella fiducia necessaria per costruire un futuro diverso insieme.

La domanda da cui partiamo, allora, non è più: «Chi ha ragione?» né «Chi vincerà?». La domanda è un’altra: come può un’umanità ferita decidere di non sacrificare più i propri figli?

Questo Piano risponde lavorando su due livelli intrecciati (sviluppati in dettaglio nelle Parti I e II del Piano).

Da una parte c’è un’architettura di intelligenza pratica condivisa: numeri, strumenti, garanzie, percorsi di uscita che rendono la pace concretamente più conveniente della guerra per tutte le parti coinvolte. È il livello che parla alla ragione dei leader, degli economisti, dei militari, dei decisori politici.

Dall’altra parte c’è un patto di memoria e di coscienza comune, che riconosce che, oltre le bandiere, i popoli sono uniti dallo stesso dolore e dalla stessa responsabilità verso i figli che verranno. È il livello che parla al cuore profondo delle persone e invita anche i “forti” – Stati, élite, grandi attori economici – a trasformare la propria forza in protezione, non in dominio.

Lo si può riassumere così:

Insieme, questi due livelli formano il centro vitale del Piano.

Perché questa via è l’unica stabile

La forza di questo Piano non risiede solo nella sua coerenza interna, ma nel fatto che offre vantaggi reali e simmetrici a tutte le parti coinvolte, evitando il destino delle paci sbilanciate che la storia ha mostrato essere fragili e spesso preludio di nuovi conflitti. A differenza delle proposte che sacrificano una parte per ottenere una tregua immediata, il Piano della Memoria Comune costruisce una pace che non umilia, non congela ingiustizie e non prepara revanscismi futuri.

Per un approfondimento sui motivi storici e strategici per cui solo una pace giusta genera stabilità duratura – e sulle ragioni per cui il Piano conviene alla Russia, all’Ucraina e all’Europa – si veda l’Appendice K-bis: Vantaggi del Piano e lezioni dalla storia.

1. Primo livello: l’intelligenza pratica condivisa

La prima forza del Piano è la sua capacità di parlare il linguaggio più semplice e concreto di tutti: quello dell’interesse reale e verificabile.

Se guardiamo freddamente ai prossimi dieci o quindici anni, è evidente che la prosecuzione della guerra significa, per entrambe le parti, una perdita immensa: economie dissanguate, debiti che peseranno sulle generazioni future, isolamento internazionale, fuga di cervelli e di capitali, territori trasformati in rovine permanenti. La “vittoria” militare, in questo scenario, assomiglia molto a una sconfitta condivisa.

Il Piano mette sul tavolo un’alternativa razionale. Propone una riconversione massiccia delle risorse oggi destinate alla distruzione verso la ricostruzione, lo sviluppo, la cooperazione economica. Per Russia e Ucraina questo si traduce in cifre: migliaia di miliardi di dollari che, invece di essere bruciati in armamenti e perdite di PIL, possono diventare infrastrutture, scuole, ospedali, investimenti produttivi, qualità della vita. Non è un appello alla bontà: è una semplice domanda di intelligenza. Perché continuare a farsi del male quando esiste un percorso che, numeri alla mano, offre a tutti un futuro più prospero?

Ordini di grandezza (scenario centrale, 10 anni, elaborati nelle tabelle della sezione 2.x del Piano):

Questi non sono previsioni automatiche, ma scenari di riferimento: indicano la direzione strutturale, non valori puntuali garantiti. In tutti i casi, il Piano genera benefici netti per ciascuna parte. La scelta razionale è evidente.

Lo stesso vale per la questione territoriale. I territori contesi sono oggi un nodo di orgoglio, paura e identità. Nessuno può “cedere” senza vivere la cosa come un’umiliazione irreparabile. Le Zone della Memoria Comune propongono un’altra via: trasformare quei luoghi da oggetti di contesa a territori di custodia condivisa (descritte in dettaglio nella Fase 3 – Memoria Comune del Piano). Non appartengono più a uno contro l’altro, ma sono amministrati insieme, con garanzie internazionali, per il bene di chi ci vive e per la stabilità dell’intera regione. Nessuno è costretto a proclamare di aver perso per sempre: tutti accettano di assumersi la responsabilità di proteggere un suolo ferito.

Anche la sicurezza viene ripensata in chiave razionale. L’alternativa secca «Ucraina nella NATO per sempre» contro «Ucraina per sempre esposta» è un vicolo cieco. Il Piano immagina un sistema di sicurezza più ampio, che offra all’Ucraina garanzie concrete di difesa e alla Russia la certezza di non avere un’alleanza militare ostile alle proprie porte. Non chiede a nessuno di fidarsi per fede, ma propone un’architettura verificabile, con limiti, obblighi e benefici chiari.

Infine, c’è il tema che spesso nessuno osa nominare: come escono i leader da questa guerra senza distruggersi? Se l’unico orizzonte possibile è quello del tribunale e della rovina personale, è difficile che chi decide abbia davvero interesse a chiudere il conflitto. Il Piano introduce un percorso di verità progressiva nel tempo: a tre anni, a sei anni, fino alla testimonianza completa in dieci o quindici anni. In cambio di verità, riconoscimento delle proprie responsabilità e cooperazione, è possibile prevedere forme di clemenza condizionata, soprattutto per i livelli intermedi. Non è impunità, non è oblio, ma è una via d’uscita che rende possibile cambiare strada.

1.1 Un terzo attore decisivo: l’Europa davanti al bivio del riarmo

Dentro questo livello pratico c’è un terzo attore che non può restare sullo sfondo: l’Europa.

Negli ultimi anni, la spesa militare dei Paesi europei è cresciuta in modo rapido. In molti Stati membri della NATO il livello del 2% del PIL per la difesa, che per decenni era rimasto un obiettivo teorico, è ormai stato raggiunto o superato, e il dibattito politico si sta spostando verso nuove soglie, fino a ipotizzare scenari di riarmo nell’ordine del 3,5–5% del PIL nei prossimi dieci anni, secondo analisi del servizio di ricerca del Parlamento europeo (EP Think Tank) e della New Economics Foundation.

Cosa significa, in termini concreti?

Significa che, se l’Europa sceglie la via del riarmo massiccio, potrebbe trovarsi a destinare centinaia di miliardi di euro in più ogni anno alle spese militari: per alcuni scenari, tra i 360 e oltre 600 miliardi di euro annui aggiuntivi rispetto alla traiettoria attuale, su un orizzonte di dieci anni. Nell’arco di un decennio, l’Europa potrebbe investire tra 3.600 e 6.000 miliardi di euro in riarmo aggiuntivo, solo per sostenere un nuovo equilibrio basato sulla paura reciproca.

Dal punto di vista economico, questo rappresenta un gigantesco costo opportunità: risorse che, invece di essere vincolate al riarmo, potrebbero essere destinate a scopi civili.

Il Piano della Memoria Comune propone un’altra prospettiva. Dice, in sostanza:

allora l’Europa non ha bisogno di spingere la propria spesa militare verso il 3,5–5% del PIL. Può mantenere livelli più contenuti e usare una parte significativa di quelle risorse per finanziare la ricostruzione, la transizione energetica, la coesione sociale, l’istruzione, la salute.

Il contributo europeo al Piano – sotto forma di:

sarebbe dell’ordine di decine di miliardi l’anno: una frazione del costo di un riarmo sistematico, e con un ritorno in termini di stabilità molto più alto.

In questo senso, il Piano offre all’Europa un’alternativa chiara:

Anche per l’Europa, dunque, il Piano è prima di tutto un atto di intelligenza pratica e un invito a scegliere consapevolmente tra una “sicurezza di paura” e una “sicurezza di cooperazione”, come descritto nelle Fasi 1 e 2 del Piano.

2. Secondo livello: il patto di memoria e la “Pace dei Forti”

Ma questo Piano non si accontenta di essere un buon compromesso tecnico fra interessi. C’è un secondo livello, più profondo, che riguarda il modo in cui ci pensiamo come esseri umani dentro una guerra.

Il punto di partenza è semplice e radicale: ogni vita ha lo stesso valore. Il dolore di una madre russa e quello di una madre ucraina non sono nemici; sono lo stesso dolore, pronunciato in lingue diverse. Finché il lutto resterà diviso – “i nostri morti” da onorare, “i loro” da minimizzare o dimenticare – la guerra potrà sempre essere riaccesa con una sola parola.

Il Piano propone di fare qualcosa che finora è accaduto solo in rare esperienze storiche: riconoscere che esiste un lutto umano condiviso, che chiamiamo qui Patto di Memoria Comune, che non cancella le responsabilità, ma unisce le vittime al di là delle bandiere.

Da questo riconoscimento nasce una promessa comune. Non è la promessa astratta di un mondo ideale; è l’impegno molto concreto a dire:

«Questi figli, queste madri, questi civili non saranno morti per niente se da qui in poi cambiamo strada insieme.»

È un “mai più così” pronunciato non contro qualcuno, ma davanti ai morti, in loro presenza simbolica.

Qui entra in gioco la figura dei “forti”. Nel linguaggio abituale, i forti sono quelli che comandano, possiedono, decidono: Stati, leader politici, grandi poteri economici, istituzioni influenti. Nella logica della guerra, la loro forza si misura in armi, territori, capacità di imporre la propria volontà.

Il Piano propone una conversione diversa, che chiama Pace dei Forti: la pace di chi ha il coraggio di usare la propria forza non per schiacciare, ma per proteggere.

Esempio concreto:

La Federazione Russa è forte militarmente e geostrategicamente (Custode della Porta Eurasiatica della Pace nella Fase fondativa del Piano). Nella logica della guerra, questa forza serve a conquistare territori. Nella Pace dei Forti, quella stessa forza diventa garanzia che nessuno attaccherà le Zone della Memoria Comune.

L’Ucraina è forte nella propria resilienza civile e nella legittimità della difesa (Custode della Memoria dei Figli caduti). Nella logica della guerra, questa forza potrebbe tradursi in desiderio di vendetta. Nella Pace dei Forti, diventa capacità di custodire una memoria che include anche il dolore russo.

L’Europa è forte economicamente e istituzionalmente (Custode della Ricostruzione Condivisa). Nella logica della guerra, questa forza finanzia armi e competizione strategica. Nella Pace dei Forti, finanzia la ricostruzione, la transizione e i progetti di memoria comune.

La forza non scompare: si converte da distruttiva a protettiva.

Questo non significa idealizzare i forti, né assolverli. Significa riconoscere che, senza la loro scelta, la guerra non finisce; e che, per chi detiene responsabilità di potere, la forza può esprimersi oggi nel sapersi talvolta auto-limitare, nel lasciarsi raggiungere dalla memoria delle vittime e nell’orientare progressivamente le proprie decisioni future verso un impegno chiaro di non ripetizione.

A questo si collega anche la dimensione del tempo. Il Piano non immagina una pace firmata di colpo e poi archiviata. Propone un cammino di anni in cui la memoria viene ascoltata, la verità emerge a tappe, i luoghi feriti vengono curati e affidati alla custodia congiunta. Questo cammino è strutturato in tappe (ad esempio, 3, 6 e 10 anni) in cui si intrecciano ricostruzione, verità progressiva e pratiche di memoria condivisa.

Il tempo smette di essere solo cronaca degli eventi e diventa percorso di trasformazione: per i popoli, che lentamente imparano a vedere anche l’altro come parte del proprio destino; per i leader, che imparano a misurare il proprio operato non solo in termini di consenso immediato, ma di responsabilità storica verso i figli e verso il mondo.

In questo secondo livello, il Piano afferma qualcosa che va oltre il singolo conflitto: esiste un “noi” più profondo delle frontiere, fatto di dolore condiviso, di desiderio di proteggere i figli, di rifiuto di ripetere gli stessi errori. La Memoria Comune non è un archivio, è un soggetto vivente: una coscienza collettiva che, se viene riconosciuta, può diventare il vero fondamento di una pace duratura.

3. L’incontro dei due livelli

Il cuore pulsante del Piano sta proprio qui: nel punto in cui l’intelligenza pratica e il patto di memoria si incontrano.

Da sola, la ragione dei numeri non basta: un calcolo di costi e benefici può essere ignorato se le paure, i traumi, gli orgogli feriti non trovano un luogo in cui essere riconosciuti e trasformati. Da sola, la memoria non basta: il dolore, se non è accompagnato da strumenti concreti, rischia di diventare solo risentimento o nostalgia impotente.

Questo Piano tiene insieme entrambe le dimensioni. Dice ai leader:

«È nel vostro interesse fermarvi, perché la guerra vi porterà solo rovina.»

Ma, nello stesso tempo, dice ai popoli:

«Il vostro dolore conta, la vostra memoria non sarà messa a tacere; anzi, diventerà la base su cui costruire un futuro diverso.»

E dice ai “forti” del mondo – Stati, economie, istituzioni:

«La vostra forza può diventare la spina dorsale di una pace giusta, se accettate di metterla al servizio di chi oggi non ha voce.»

In questo senso, il Piano non è solo una proposta di fine della guerra tra Russia e Ucraina. È una scuola di intelligenza umana: mostra come, in un conflitto che sembra senza via d’uscita, si possa costruire un percorso in cui tutti guadagnano nel lungo periodo, senza negare il dolore, senza cancellare la verità, senza chiedere a nessuno di inginocchiarsi davanti all’altro.

Se dovessimo riassumerlo in poche parole, potremmo dire così:

Questo Piano mira a far sì che, per la prima volta, i figli non siano più il prezzo della pace, ma la misura con cui la pace viene costruita; e che i forti non siano più i padroni della guerra, ma i custodi della possibilità che essa non ritorni.

4. Perché la parte rituale e simbolica è necessaria

La parte rituale e simbolica di questo Piano non è un ornamento. È il tentativo di dare una forma visibile e condivisa a ciò che, altrimenti, resterebbe solo scritto nei trattati o confinato nel segreto delle coscienze: il lutto, la promessa di non ripetizione, il cambiamento di postura dei forti.

I dispositivi simbolici (Giardino dei Nomi, Zone della Memoria Comune, Cattedrale della Memoria, Incontro dei Padri, Lettere dei Bambini, Vigilia della Memoria) svolgono almeno cinque funzioni concrete:

  1. Creano luoghi terzi, che non appartengono “ai vincitori” o “ai vinti”, ma al lutto condiviso. In questi spazi il conflitto non viene negato, viene riconosciuto e tenuto insieme, sottraendolo alla pura logica della bandiera.
  2. Trasformano il lutto in vincolo, non in benzina per nuove guerre. Il ricordare insieme, a date e in luoghi precisi, orienta il dolore verso un impegno comune: «non vogliamo più produrre questo dolore».
  3. Danno un corpo alla promessa. Una decisione politica può restare invisibile per la maggior parte dei cittadini; un gesto rituale – un Giardino dove si piantano alberi con le madri, un Impegno per i Figli firmato in pubblico, una Vigilia della Memoria ripetuta negli anni – resta nella memoria delle persone. Se un domani qualcuno volesse disattendere la promessa, non dovrebbe solo modificare un testo scritto, ma fare i conti con immagini e momenti che il proprio popolo ha visto e sentito propri: il costo umano e reputazionale di questo arretramento diventa enormemente più alto. I rituali creano “anticorpi” contro i passi indietro.
  4. Offrono ai forti un modo dignitoso di cambiare postura. Partecipare a riti di ascolto, varcare luoghi di memoria condivisa, esporsi al dolore delle vittime non è una umiliazione pubblica: è una forma nuova di forza, in cui il potere accetta di lasciarsi toccare e limitare dalla sofferenza che ha contribuito a generare.
  5. Educano il futuro mentre si cura il presente. Le pratiche di memoria nelle scuole, le lettere dei bambini, le letture annuali fanno della ricostruzione non solo un fatto materiale, ma un’occasione per cambiare la grammatica emotiva delle nuove generazioni, così che la guerra non sia più percepita come destino normale.

Per queste ragioni, la dimensione rituale e simbolica non va interpretata come “coreografia” opzionale, ma come parte integrante dell’architettura del Piano. Senza luoghi, gesti e tempi in cui il lutto e la promessa vengono messi in comune, la pace rischia di restare un accordo tra governi. Con essi, può diventare lentamente un’esperienza dei popoli e una memoria attiva capace di trattenere il futuro dal ripetere gli stessi errori.

La scelta è davanti a noi

Questo Piano non chiede ai forti di smettere di essere forti. Chiede loro di scoprire che esiste una forza più grande: quella di chi protegge i figli di tutti, non solo i propri.

La scelta è davanti a noi: continuare a usare la forza per difendere confini di paura, oppure scoprirne una forma più grande – quella di chi accetta di diventare custode della memoria e dei figli di tutti. Il Piano della Memoria Comune è un invito concreto a scegliere questa seconda via.